In Veneto sono 40 le infrastrutture contestate

In Veneto sono 40 le opere bloccate o fortemente osteggiate da parte della cittadinanza. Si va dalla centrale a biomasse di Lugugnana al termovalorizzatore di Padova; dalla centrale termoelettrica di Porto Tolle all’elettrodotto tra Dolo e Camin (Padova). Nella lista compaiono anche le discariche di Monte di Malo, Roverchiara, Zero Branco, Spinea e Trevignano (Postumia 2), l’impianto fotovoltaico di Bussolengo e quello per il trattamento dei fanghi localizzato nell’area di Arzignano. Non mancano, poi, le infrastrutture per la viabilità, in primis la Pedemontana Veneta ed il progetto per l’Alta Velocità del Brennero.

Secondo l’ultimo Osservatorio Nimby, presentato la settimana scorsa a Roma, in Italia sono in tutto 331 gli impianti “indesiderati” e si tratta di progetti fermi o bloccati da ricorsi da parte di comitati, enti locali e liste civiche varie che contestano la realizzazione di tali opere prevalentemente per il rischio di deturpamento ed inquinamento ambientale. In realtà l’osservatorio evidenzia come le infrastrutture si fermano anche a causa di un quadro normativo incerto e di una mancanza di comunicazione tra soggetti promotori e la cittadinanza, che sistematicamente si schiera contro i progetti proposti per il timore che la realizzazione degli impianti impoverisca il territorio, abbassando la qualità della vita dei residenti.

L’osservatorio mette in risalto anche un secondo aspetto: la crisi degli ultimi anni ha di fatto fermato il mercato immobiliare non residenziale lasciando migliaia di capannoni dismessi. Per i cittadini, dunque, la priorità dovrebbe essere rivolta a rivalutare le aree industriali dismesse e le zone già edificate e poi abbandonate prima di pensare a progettare impianti di dimensioni enormi, ma di discutibile utilità.

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