Università, start up, nuovo credito le nuove linee del Patto veneto per lo sviluppo

Leggendo con attenzione il «Patto per il Veneto» sottoscritto il 2 maggio su proposta della Regione Veneto con le parti sociali e la sola Cisl tra i sindacati, si trovano tesi meritevoli di confronto e la novità di responsabilizzarsi sui tempi e le risorse. Certo, è stato perso tempo prezioso, meglio sarebbe stato se il governatore Zaia fosse partito già al momento della sua elezione (marzo 2010) con questa iniziativa, come ha sottolineato la Uil. Ma è solo dopo la terribile estate 2011 che esiste una reale consapevolezza di alcune verità irrefutabili che motivano le azioni del Patto. Il lavoro nella competizione invecchia in fretta e muore, sia che venga sostituito da lavoro nuovo sia che non venga sostituito. Non torneranno i posti di prima della crisi «com’erano e dov’erano». Nel testo si segnalano alcune importanti novità: la creazione di un vero sistema di orientamento scolastico e di tutoraggio dall’Università all’inserimento, l’alternanza scuola-lavoro per tutti, l’attivazione di una linea di credito di Veneto Sviluppo per le imprese giovani e dottorati a finanziamento misto Università-Regione-imprese. Ma non solo verso il nuovo lavoro, anche nel rafforzamento dei servizi per l’impiego con il partenariato delle agenzie, lo sforzo premiale alla ricollocazione e una mission per Veneto Lavoro anche di contrasto al lavoro nero. Marghera va inclusa, ma non certo divorando immensi capitali pubblici come nel passato. Il Veneto per la ricerca e l’innovazione deve avere un sistema efficiente, performativo, non limitandosi alla vecchia fiducia nella spontaneità d’impresa. Anzi, stiamo scoprendo che i bravi imprenditori, grandi e piccoli, sono diventati rari. Non solo, ma in un contesto di risorse scarse questo sistema deve avere una sua forza sussidiaria. Anche qui il «Patto» indica finalmente delle priorità nei settori portanti, avvia finalmente l’istituzione con Univeneto di un centro di ricerca sull’energia, seleziona duramente i centri esistenti (88), correlandoli ai settori portanti(4-5) e, soprattutto li fa operare sul mercato, assegna voucher alle Pmi semplificando, si spera, il sistema e, infine, punta solo agli incubatori che funzionano. Diciamo che se solo si facesse la metà di queste cose il cambiamento sarebbe comunque imponente. Le banche sono dentro una tenaglia svalutativa dovuta non a titoli tossici privati, ma pubblici (le grandi) e all’esposizione debitoria con connessi aumenti di sofferenze (le piccole). In un contesto in cui il credito manca è davvero paradossale che Veneto Sviluppo non sia solo attivo, ma iperattivo; nel «Patto» si leggono due missioni, dal capitale di rischio per le start up al capitale di partecipazione per sostenere i settori innovativi sottraendosi alla spirale dell’ indebitamento. Per il credito ordinario si rilanciano i Consorzi Fidi. Non esistono più le dinamiche di base che permettono di pensare il futuro sull’allargamento della base occupazionale dipendente e sul gettito fiscale per espandere il welfare; dobbiamo ridurre il debito cattivo per fare spazio a quello buono, di finanziamento delle opere di pubblica utilità. Non sono poche le opere cantierabili. Si annuncia (finalmente!) un programma per la rottamazione dei capannoni e la riconversione delle zone produttive dismesse: è urgentissimo visto che si sono manifestati investitori di rango come per mobili, poli agroalimentari, cartiere, piattaforme logistiche. In questo contesto si può solo operare in una direzione condivisa. Bisogna fare bene con poco. Ora la partita si sposta sulle risorse. Nella fase due la Regione deve focalizzare bene il suo Patto di Stabilità, aprire un negoziato molto duro con Roma sulle risorse fiscali per coprire le proprie aree di competenza, fissare la quota di indebitamento per investimenti, tenere fuori i fondi europei dal Patto.

Intervento di Luca Romano, direttore di Local Area Network, pubblicato sul Corriere del Veneto del 19/05/2012.

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