Dare opportunità ai giovani per fermare la “fuga dei cervelli”

Intervista a Luca Romano, direttore di Local Area Network, pubblicata su “La voce dei Berici” domenica 16 settembre 2012.

Matteo Renzi nel Partito Democratico, Beppe Grillo sul web con la cyberdemocrazia, il finanziere Davide Serra (quarantenne gestore del fondo Algebris) nella finanza. Ognuno di questi uomini pubblici, partendo dagli schemi del proprio ambiente di riferimento, indica nelle diverse oligarchie che tengono in scacco la società italiana i motivi che bloccano il rinnovamento del Paese. Oscar Giannino lo spiega da Radio24 e probabilmente in futuro dall’interno di un movimento politico. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dai “cervelli in fuga”: l’esercito di giovani italiani, mediamente ben istruiti, che varca le frontiere per andare all’estero, per dedicarsi alla ricerca o per cercare un impiego in linea con il percorso di studi. Lasciano l’Italia per provare a scalare quelle gerarchie che da noi non è possibile superare. Luca Romano è il direttore di Local Area Netwok (Lan), centro di ricerca con sede a Padova che si occupa delle trasformazioni del Nordest.

  • Dott. Romano, i “cervelli in fuga” sono un motivo d’orgoglio o di desolazione per il Paese? «Da una parte conforta, perché è segno di intraprendenza, voglia di rischio, ricerca. Certo, è anche un segnale preoccupante, di impoverimento dei nostri territori, dovuto alla carenza di offerta e di ricambio nel nostro Paese. Le storie che mi fanno più effetto sono quelle dei ricercatori in campo scientifico e quelle dei dirigenti di azienda. È l’evoluzione dalla manifattura all’economia della conoscenza che è del tutto insufficiente».
  • Se andare all’estero è segno di intraprendenza, che cosa lo rende un fattore negativo? «Quello che non va bene è la mancanza di reciprocità nei grandi numeri. Intendo dire, se in Italia, a Roma, Milano o Venezia arrivassero giovani tedeschi, francesi o anche indiani e brasiliani vedremmo con meno rammarico l’esodo dei giovani italiani. La comunicazione web vive anche di suggestioni che colpiscono le emozioni, come il cinema nel secolo scorso. Solo che allora Roma o Venezia o anche Firenze attraevano stranieri, oggi su internet le immagini vincenti sono le metropoli americane, cinesi e nordeuropee».
  • Trova analogie con le altre ondate emigratorie che la società italiana ha vissuto nei decenni scorsi? «L’altra emigrazione, quella gigantesca dei bisnonni, raccontata da Emilio Franzina, è stata di certo differente per presupposti, scolarizzazione, strumenti. Di comune vi è l’insufficienza dello sviluppo del Paese, che ha potenzialità straordinarie lasciate deperire».
  • Il Paese perde i giovani laureati che ha formato. Perde freschezza di menti in grado di svecchiare il sistema. Questo sarebbe un assunto innegabile in una società in cui i giovani possono giocarsi le loro occasioni. Da noi non è così. Allora non è meglio avere tanti “ambasciatori” brillanti in giro per il mondo? «Gli ambasciatori servono eccome. Il Comune di Pordenone nel 2010 promosso un evento davvero interessante: sono stati contattati tutti i giovani che erano andati all’estero per lavoro e sono stati invitati “a casa” a parlare della loro esperienza alla città e alle scuole superiori. Quasi tutti hanno dichiarato, a parità di professione, nemmeno di reddito, che tornerebbero. È molto significativo».

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