L’industria della salute/3

Paolo Pirani è Segretario Generale della UILTEC dalla fondazione della grande categoria industriale del tessile moda energia chimica e farmaceutico dal gennaio 2013. In questi anni il settore farmaceutico italiano si è guadagnato una leadership europea davvero importante. Con la pandemia tutte le filiere dell’industria della salute hanno mostrato la loro rilevanza strategica anche in termini di sicurezza nazionale. Quali si sono dimostrati i punti di forza secondo lei?

Il settore è davvero di incontestabile eccellenza. Ha superato anche l’omologo in Germania, un primato europeo che contribuisce alla crescita del PIL, alla spesa in ricerca e innovazione, a occupazione di qualità professionale invidiabile. Nel contesto italiano c’è una convivenza molto felice tra campioni nazionali e multinazionali estere, con un buon livello di integrazione. Per descrivere lo stato delle relazioni sindacali, credo che sia un caso unico che la rappresentanza datoriale, Farmindustria, faccia anche riunioni della sua Giunta in presenza delle Organizzazioni Sindacali. Anche in considerazione di questi motivi può essere un ulteriore punto di forza quello che ho lanciato come il “Patto per la Salute”. In questo Patto dovrà essere centrale tutto il ciclo, dalla produzione alla ricerca, dal personale sanitario al paziente ospedaliero. Dobbiamo accogliere i Fondi Europei indirizzandone l’impiego con una grande capacità di concertazione.

E le criticità?

In alcune aziende sono state assunte misure di sicurezza buone, in altre no. Da parte nostra non abbiamo condiviso l’inclusione dei lavoratori del settore farmaceutico tra quelli dei servizi pubblici essenziali che, anche in caso di contagio, fossero obbligati a continuare a lavorare. Ricordo il caso di una multinazionale con produzione in Sicilia dove tecnici milanesi hanno contagiato i lavoratori locali, ciò nonostante hanno continuato a lavorare, generando un focolaio del virus. Alle aziende che hanno invocato normative più obbliganti, rispondo che non occorre allargare il perimetro della legge, ma quello della contrattazione aziendale. È evidente che i codici Ateco sono un criterio arbitrario, quindi hanno scontentato una parte, ma il ricorso alla contrattazione avrebbe permesso di affrontare pragmaticamente le diverse situazioni, non arrivando alla deregulation che, non per caso, è praticata soprattutto nelle aziende con una matrice cultura anglosassone. In questi giorni abbiamo firmato un accordo con Sanofi sullo smart working, con un range da due a cinque giorni, quindi molto spinto. Non va bene normare tutto, perché, come ho già detto, la contrattazione rende possibili scelte più flessibili, più contestualizzate, aggiornabili con correzioni di rotta apprese dall’esperienza. Durante il lockdown, in alcuni casi le categorie con lavoro itinerante dei rifiuti o dell’energia, con tutti i bar chiusi dove pensate che potessero fare la “pausa WC”? Insomma è un tema molto più generale.

Il mercato domestico dell’industria della salute è molto connesso anche per la ricerca e l’innovazione con la spesa del sistema sanitario pubblico, che è quindi una leva per le politiche industriali. Farmindustria ha sempre “marcato stretto” le istituzioni sanitarie per promuovere un quadro programmatorio efficiente (per esempio nelle autorizzazioni dei nuovi farmaci). Il decorso relativo alla gestione del Coronavirus ha invece mostrato molte tensioni e incongruenze stato regioni. Va affrontato il tema delle competenze?

Sicuramente. Faccio l’esempio molto concreto della figura dell’informatore scientifico del settore farmaceutico. Rappresenta un punto di forza del nostro sistema, anche in termini di rapporto con il territorio e divulgazione informativa di alto profilo. Ebbene, in ogni regione italiana, questa figura è stata regolamentata in modo diverso, una grande confusione, che ci ha indotto a fare un avviso comune con Farmindustria per approdare a una semplificazione uniforme. Si tratta di operatori che possono essere valorizzati anche in funzione alla medicina di territorio. Questa fase si caratterizza per una nuova generazione di farmaci di grande efficacia per alcune patologie croniche o difficilmente curabili, come il caso dell’Epatite C, e va ottimizzato il loro impiego. Invece, sono perplesso per la cancellazione dell’IRAP, che è proprio il cespite fiscale che finanzia il Sistema Sanitario Nazionale.

Tra gli effetti del lockdown globale ci aspetta una forte crisi economica e l’industria della salute è considerata una di quelle giudicate con enormi potenzialità di sviluppo. Quali sono le direttrici da coltivare?

Lo scenario futuro presenta un aspetto culturale molto sfidante, e inquietante, quello dei padroni degli algoritmi che gestiscono consumi sempre più privatizzati, non essenziali, senza le relazioni calde, quelle diciamo di tipo “umanizzante”. Ciò a scapito dei consumi collettivi, socializzanti come la salute, la cultura, l’istruzione. In questo modo aspetti fondamentali della vita umana sono trascurati. E il venire avanti della crisi della globalizzazione ha di paradossale che rafforza allo stesso tempo la digitalizzazione. Questa va collegata ai bisogni primari per l’Italia: l’agroalimentare, la salute e il benessere, l’energia e l’economia circolare, la sicurezza. È andato in crisi il compromesso socialdemocratico, il nuovo patto si deve orientare sui nuovi beni comuni essenziali.

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