L’industria della salute/1

Dottor Massimo Scaccabarozzi, Presidente di Farmindustria e Amministratore delegato di Jansenn farmaceutica del gruppo Johnson & Johnson, tra le prime dieci aziende al mondo, in questi anni il settore farmaceutico italiano si è guadagnato una leadership europea davvero importante. Con la pandemia tutte le filiere dell’industria della salute hanno mostrato la loro rilevanza strategica anche in termini di sicurezza nazionale. Quali si sono dimostrati i punti di forza secondo lei?

Sì, in questi anni l’industria farmaceutica in Italia ha mostrato tutte le proprie potenzialità. Siamo leader, insieme alla Germania, a livello europeo per produzione. Il nostro export vale, nel 2019, 32,5 mld. Con un boom negli ultimi dieci anni del +168%. Negli ultimi 5 anni la farmaceutica è stato il primo settore per crescita dell’occupazione (+10% rispetto a +5% della media). E il valore degli investimenti in Ricerca e Sviluppo è pari a 1,6 miliardi all’anno, il 7% del totale in Italia e con una crescita dal 2013 del 35%.
Insomma numeri che mostrano come le imprese del farmaco siano una grande risorsa per l’Italia, anche in questo difficile periodo. 
Aziende che con grande senso di responsabilità hanno garantito la continuità della produzione per assicurare l’accesso alle terapie ai pazienti colpiti da varie patologie. 
E fin da subito sono state in prima linea nell’attività di ricerca e studi clinici nel Paese. Ad oggi (dati aggiornati al 15 maggio) sono 15 le aziende biofarmaceutiche che hanno avviato attività di studi clinici in Italia per il trattamento della polmonite da COVID-19 o che partecipano a progetti specifici di Ricerca, anche con un ruolo guida e con l’aggiudicazione di fondi di Horizon 2020. Sono 6 le imprese che hanno modificato le linee produttive per rispondere a esigenze di salute e in particolare soddisfare la crescente domanda di prodotti disinfettanti, ceduti gratuitamente alla Protezione Civile. 
Senza dimenticare quanto fatto con le donazioni. Il valore della donazione diretta di farmaci (esclusi quelli donati per studi clinici e usi compassionevoli) è pari a 12 milioni. E quello di altre donazioni è di 29 mln. Gran parte delle aziende (il 72%) ha poi realizzato altre azioni di Responsabilità Sociale, come la consegna domiciliare di farmaci, il welfare per i dipendenti o iniziative di volontariato insieme ai collaboratori. Tutte le imprese hanno adottato dove possibile lo smart working. 
Un impegno costante al fianco delle Istituzioni, dell’AIFA, dei medici, dei farmacisti, degli operatori sanitari, delle forze dell’ordine, delle organizzazioni sindacali. Donne e uomini che hanno lavorato ininterrottamente con generosità e competenza. E un ringraziamento particolare va ai 30.000 addetti dell’industria farmaceutica – 24.000 in produzione e 6.000 in Ricerca – che hanno continuato ad andare fisicamente sul luogo di lavoro. 

Il mercato domestico dell’industria della salute è molto connesso anche per la ricerca e l’innovazione con la spesa del sistema sanitario pubblico, che è quindi una leva per le politiche industriali. Farmindustria ha sempre “marcato stretto” le istituzioni sanitarie per promuovere un quadro programmatorio efficiente (per esempio nelle autorizzazioni dei nuovi farmaci). Il decorso relativo alla gestione del Coronavirus ha invece mostrato molte tensioni e incongruenze stato regioni. Va affrontato il tema delle competenze?

L’emergenza del Covid-19 ha evidenziato l’importanza di comportamenti il più possibile coerenti a diversi livelli di governance, perché in situazioni di crisi è fondamentale essere efficienti, avere una “catena di comando” coesa e che dia certezze ai cittadini e agli operatori economici. Ogni riflessione che vada in questo senso è molto importante.

C’è da dire, comunque, che in questo periodo per quanto riguarda la farmaceutica il livello di collaborazione tra Istituzioni, nazionali e regionali, e Aziende è stata eccellente e ha consentito di dare risposte rapide ed efficienti alle esigenze di salute. Pensiamo, ad esempio, a come tutto il sistema ha saputo evitare carenze di prodotti sul territorio, oppure alla efficienza delle procedure per attivare gli studi clinici.

Tra gli effetti del lockdown globale ci aspetta una forte crisi economica e l’industria della salute è considerata una di quelle giudicate con enormi potenzialità di sviluppo. Quali sono le direttrici da coltivare?

La pandemia ha certamente mutato lo scenario economico e produttivo, non solo italiano. Per il futuro occorre capire quale visione strategica vuole avere il Paese. Quali sono i settori su cui si decide di investire. Quale modello di crescita e di Welfare si vuole avere nella “nuova normalità” da costruire. A livello mondiale nel campo della salute si prevedono grandi investimenti nei prossimi anni. Quindi le Life Sciences potrebbero ancor di più rappresentare per l’Italia un asset strategico. 
E le imprese farmaceutiche, che non si sono mai tirate indietro, vogliono essere protagoniste di questo processo, perché consapevoli delle molte eccellenze presenti nel Paese, a partire dalle Risorse Umane. 
Questa tragica emergenza ha fatto capire che la salute dei cittadini viene prima di tutto. E quindi deve essere considerata un investimento, non un costo. 
E di conseguenza, oltre che rafforzare i presidi territoriali e puntare sulla prevenzione, è opportuno che l’industria farmaceutica, come andiamo ripetendo da anni, sia valorizzata come attività strategica e riconosciuta come un valore. 
Un valore di innovazione e sociale, per la Ricerca che promuove nel Paese. Un valore economico, come dimostrano i dati di produzione, export. Un valore per i territori, come dimostrano gli ingenti e crescenti investimenti in produzione e innovazione. Un valore per l’occupazione, altamente qualificata e sempre più giovane e “rosa”. Un valore per il green, con delle riduzioni del 75% di gas climalteranti in un decennio. Un valore per le collaborazioni positive con l’Accademia, che hanno alimentato una crescente collaborazione tra pubblico e privato. 
Insomma un valore a 360 gradi per il Sistema Paese.

Le relazioni industriali e le politiche del lavoro oltre ai rapporti con l’Università che ruoli possono svolgere?

Già da tempo relazioni industriali e collaborazioni pubblico privato per la Ricerca giocano un ruolo fondamentale. E lo possono avere ancora di più. 
In questa delicata fase poi è stato fondamentale il confronto costante e positivo con le Organizzazioni Sindacali e tutte le figure della sicurezza (RSPP, RLS, medico competente).

La nostra industria si caratterizza per un modello innovativo di Relazioni Industriali e per l’adozione di strumenti concreti, moderni ed efficaci, di welfare aziendale, in particolare per la conciliazione vita-lavoro, l’istruzione, il benessere dei dipendenti e dei loro familiari, l’assistenza ai familiari anziani o non autosufficienti.

Alcuni esempi su politiche di welfare aggiuntive a quelle in applicazione di norme di legge o di CCNL: assistenza sanitaria integrativa e nella previdenza complementare, servizi di mensa (75%nella farmaceutica vs 35%nell’industria), somme e servizi con finalità di istruzione, ricreazione, assistenza sociale e sanitaria (45% vs 11%) e altri servizi di family care, come l’assistenza ai familiari anziani o non autosufficienti (18% vs 6%).

E le imprese del farmaco si distinguono, inoltre, per un’ampia diffusione di strumenti di lavoro agile, c.d. smart working, con una quota pari al 36% del totale, significativamente più alta rispetto alla media dell’industria (4%) e dei servizi (6%).

Anche i rapporti con Università e Istituti di Ricerca pubblici sono molto importanti, e in Italia l’industria farmaceutica è il settore con la maggiore diffusione di accordi di cooperazione per l’innovazione con queste istituzioni. Oggi, infatti, la R&S non può prescindere dal network con tutti gli attori dell’ecosistema di ricerca, e viene svolta sempre più attraverso partnership pubblico-privato.

Farmindustria ha anche strutturato un capillare rapporto con le istituzioni formative a tutti i livelli Con le Università ad esempio, per l’aggiornamento della didattica dei corsi di Laurea e per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro di laureati maggiormente rispondenti ai profili professionali richiesti dal settore. Contribuendo alla formazione post-universitaria – master e corsi di perfezionamento nelle materie di interesse per il settore.

Senza dimenticare i progetti, condivisi anche con le rappresentanze sindacali di settore, come l’Alternanza Scuola Lavoro che attualmente vede coinvolte 35 imprese, 10 istituti scolastici e oltre 200 studenti in un percorso triennale che non è fatto di solo stage, ma di un preliminare momento formativo sulla conoscenza del settore, seguito da appositi project work organizzati in azienda e concludendosi con l’orientamento universitario e al lavoro.

E da ultimo la partnership che ha portato all’istituzione del primo corso ITS (del cluster Nuove Tecnologie per la Vita) per formare la figura professionale del tecnico di laboratorio. Profilo molto ricercato dalle aziende per la cui formazione normalmente impiegano dai 6 agli 8 mesi.

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