Politiche industriali e relazioni sindacali/4

SERGIO SPILLER collabora con la CISL del Veneto con un percorso importante nelle categorie tessili e poi FEMCA. Nell’Agenda per la ripartenza proposta da Maurizio Castro, viene assegnato un ruolo molto importante alle relazioni industriali, che dovrebbero risultare molto più centrali di quanto fossero prima della pandemia.

Ci sono diverse ragioni per essere d’accordo con Maurizio Castro. La prima è che dobbiamo governare una fase che ha dell’inedito assoluto, mentre nel passato le relazioni sindacali hanno attraversato dei momenti critici, ma cercavano un punto di equilibrio tra le ragioni del capitale e quelle del lavoro attraverso conflitti che avvenivano comunque in un contesto stabile nel tempo. Gli investimenti negoziati erano la garanzia della tenuta occupazionale. Oggi non è più così, la stabilità è un ricordo. Mi ritrovo molto in un’espressione che ho letto in questi giorni: “le relazioni sindacali erano costruite sui calendari, ora saranno costruite sulle agende”. Un secondo motivo sul rilancio delle relazioni sindacali deriva dalla lampante maggiore efficacia e flessibilità della contrattazione rispetto alla rigidità della normativa legislativa. Non dobbiamo dimenticare che la fase che abbiamo davanti è di cambiamenti acceleratissimi e pervasivi, pensiamo solo al digitale, che richiedono nuovi paradigmi organizzativi. Prima della pandemia sembrava impossibile organizzare lo smart working, poi abbiamo visto aziende con 40% del personale in smart working, come è stato possibile? Più forti relazioni sindacali implica anche maggiore attenzione al fattore umano. Questa inedita complessità si governa se le persone che lavorano ci mettono la testa, collaborano, non si assuefano ma hanno un ruolo attivo. È la strada migliore, soprattutto per organizzarsi meglio in caso di ulteriori shock.

Le proposte di Castro fanno riferimento a una regionalizzazione forte di alcuni strumenti per governare la ripartenza.

Anche su questo sono d’accordo, mi convince in particolare la proposta dell’Osservatorio regionale per la ripartenza. Già con l’epidemia abbiamo visto quanto siano poco significative le medie fatte su base nazionale. Bisogna capire che cosa succede nei territori, quindi l’organizzazione della raccolta di informazioni su base regionale è indispensabile per costruire poi delle azioni coerenti.

Ricordavi subito come lo smart working rappresenti una delle novità “obbligate” dal nuovo contesto dell’epidemia. Come giudichi la sua adozione esponenziale?

Lo smart working non è la panacea. Non è neppure da demonizzare. Ascoltando come hanno reagito i lavoratori e le lavoratrici, il loro giudizio è tutt’altro che uniforme. Una parte è contenta, un’altra meno. Inevitabilmente, pensiamo a una fascia di lavoratrici che a casa non ha un contesto tranquillo per lavorare, lo stress invece di ridursi, aumenta. Ci sono meccanismi vecchi per i quali non siamo di fronte a lavoro “intelligente” ma a versioni produttivistiche di telelavoro con meno costi per l’azienda. Ritengo che dobbiamo procedere a un’analisi critica dell’impatto dello smart working ed estenderla anche a una lettura del welfare aziendale, che in molti casi, realizzato con il “copia e incolla” si è allontanato dalla capacità di rispondere ai bisogni reali di chi lavora. La conciliazione è il tema cardine: quando sento un ministro che propone tre giorni in aula e tre giorni a casa in connessione, mi chiedo come faranno i poveri genitori. Quando si introduce lo smart working occorre una forte consapevolezza di cosa si intende e quali sono gli obiettivi per cui lo si adotta. È un lavoro flessibile in tutti i sensi e si dovrebbe fondare assegnando maggiori responsabilità a chi lavora, cambiando l’organizzazione del lavoro: meno flusso e più lavoro a progetto. Ricordo un accordo alla Mastrotto di Arzignano che interpretava bene questa impostazione. Gli imprenditori ci devono credere fino in fondo. Adesso i ritmi produttivi sono molto blandi, per cui il distanziamento in fabbrica è abbastanza agevole. Ma quando torneranno a pieno regime, le misure di sicurezza funzionano se c’è un’organizzazione del lavoro coerente. Per cui lo smart working con una nuova organizzazione del lavoro può incardinarsi in nuovi spazi contrattuali, grazie a cui, per dirla con Pierre Carniti “gli operai hanno diritto ad essere contenti, o devono sempre essere inca….ti?”

Diversi imprenditori hanno fatto riferimento a recuperare nuovo lavoro con il rimpatrio di produzioni delocalizzate, il reshoring. Che cosa ne pensi?

Se ne parla da anni. Ho letto anche delle elaborazioni dell’Università dell’Aquila su questo. C’erano grandi aspettative, ma sono andate deluse. Penso che questo dipenda più da un problema reputazionale su mercati sofisticati che da una banale questione di costi. Un cinese compra Made in Italy fatto in Italia, non Made in Italy fatto in Cina. Per ora gli oneri negativi superano le convenienze. Ma ciò detto non nego che andrebbe incoraggiato e anche velocemente.

E delle aggregazioni?

Non credo a aggregazioni difensive. Nel caso di aziende maggiori, medio – grandi si fa l’aggregazione quando c’è un progetto industriale e la volontà di aggredire con un nuovo prodotto il mercato. Nel caso delle piccole aziende il problema esiste. Pensiamo al contoterzismo come tessuto connettivo nei distretti industriali. È riuscito a stare al passo dei grandi gruppi? Oppure ha un problema drammatico di visibilità, di rappresentazione e di modernizzazione. Anche dal punto di vista distributivo, si è sempre sposato l’adagio che i piccoli sarebbero spariti e, invece, sono ancora lì. Bisogna capire l’evoluzione dei mercati e l’impatto dell’e commerce sui canali distributivi.

Quale ruolo vedi per il Sindacato in questo possibile rilancio delle relazioni industriali?

C’è un tema che mi intriga molto in termini di innovazione. Ci siamo un po’ tutti innamorati degli aspetti tecnologici dell’innovazione. Ne è derivata una centratura sulla formazione professionale, sugli skills del lavoratore. Questa crisi invece mi sembra diversa anche sotto questo profilo perché i lavoratori sono chiamati a interpretare innovazioni per le quali non dispongono di uno stile di vita, per significati che non appartengono in nessun modo alla loro storia. Questo può ingenerare distacco, disaffezione. Per contrastarlo c’è bisogno di una formazione più larga di quella professionale, una formazione di base diffusa con percorsi attraverso saperi sociali che favoriscano un’appropriazione del mondo che viene avanti. Peraltro questa crisi è diversa dal 2008 – 9 perché allora il crollo della produzione avveniva in un contesto di crescita del commercio internazionale. Ora rischia di crollare anche quello.

Nella tua visione come si configura oggi il tema della partecipazione?

Premetto che democrazia economica e partecipazione non sono sinonimi. Ci dobbiamo chiedere per accordi per far partecipare i lavoratori agli utili aziendali non riusciamo a farne. Penso che la partecipazione finanziaria sia complessa, anche per le caratteristiche del processo di capitalizzazione. Invece, alla partecipazione organizzativa e gestionale vedo spazi molto grandi e sono auspicabili anche perché corrispondono a quell’esigenza che dicevo poco fa, di alimentare pratiche di governo dal basso dell’innovazione.

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