Il terzo settore tra innovazione sociale e welfare locale/2

Tiziano Vecchiato è il Presidente della Fondazione Zancan di Padova, una delle istituzioni di punta del mondo del no profit anche dal punto di vista della riflessione e della ricerca, punto di riferimento di prima grandezza anche per gli enti religiosi che storicamente hanno dato vita a straordinarie esperienze di cura, di assistenza e di educazione scolastica e formativo professionale. A lui chiediamo come è nata l’iniziativa del Premio Angelo Ferro.

L’idea è stata del prof. Gilberto Muraro, non solo per ricordare un amico, un collega e un imprenditore, ma anche per mettere sotto una lente di ingrandimento il terzo settore come soggetto economico. Il terzo settore è cresciuto tra spinte e controspinte tra due componenti, quella sociale e quella economica. Fin dall’Ottocento con le scuole professionali e le comunità agricole sono nati gli enti religiosi attivi nei diversi ambiti dell’assistenza, dell’educazione e della cura. L’attenzione ai bisogni è il punto di riferimento di tutte queste esperienze. L’intuizione molto felice di Gilberto è stata quella di vedere come fanno economia le imprese sociali.

L’edizione di quest’anno ha visto la partecipazione sempre più ampia di progetti da tutto il Paese. Che valutazioni ne ha tratto?

I progetti pervenuti sono stati 330 e da tutto il territorio nazionale. La Giuria ha ricorso a un mix di tre criteri per dare una valutazione equilibrata dei progetti: l’innovazione sociale, la sostenibilità e l’impatto inclusivo. Con questi criteri non è stato difficile individuare i venti finalisti perché è tutt’altro che facile e frequente arrivare a ricomporre insieme tutte e tre le caratteristiche. Emergono di ritorno anche i divari classici, come per esempio quello tra Nord e Sud del Paese. A Sud la socialità mediamente non riesce a combinarsi con la sostenibilità economica.

Individuato il filo che lega i progetti esaminati quali sono gli aspetti da valorizzare maggiormente? Nell’intervista che ho rivolto a Marco Morganti lui si è dichiarato ottimista sulle capacità evolutive del terzo settore.

A mio avviso è molto importante l’eliminazione dei diaframmi tra chi produce e chi riceve e tra chi opera e chi è solidale. In questo senso i mercati pubblici non agevolano la crescita di questa logica partecipativa. Non chiedono innovazioni, ma servizi sicuri, stabili. In Veneto si dipende molto dagli enti pubblici e da un’ottica di breve periodo. Morganti, anche per il ruolo che ricopre, ha ben ragione da essere ottimista, perché promuove la cultura della sostenibilità di medio lungo periodo tra le risorse umane che rinnovano il terzo settore tradizionale. Al di là degli appalti degli enti pubblici, vanno sempre più maturate relazioni dirette tra il terzo settore e le famiglie, per la disabilità e la non autosufficienza in primo luogo. La maggiore sofferenza sociale è nella non autosufficienza. La spesa pubblica per questa utenza è di 1,5 miliardi, anche quella privata si sta allineando a quella cifra. La prima tutela i livelli essenziali di assistenza, la seconda tutto il resto. Ne viene che circa mezzo miliardo di euro va nel sommerso e per farlo emergere occorrono dei dispositivi normativi alleati con delle convenienze incentivanti per i privati, come sta accadendo con il welfare aziendale. Ebbene, perché le famiglie non si organizzano? Perché non si fidano. Queste aree economiche crescono in rapporto al crescere della fiducia nelle relazioni. Ma la famiglia va nel sommerso perché non si fida. Per rimanere a queste aree di intervento sui bisogni, in questi anni sono evolute nella standardizzazione dei processi e nell’adozione delle tecnologie, non ancora nell’umanizzazione dei rapporti.

Entriamo più nel merito dei progetti che sono stati premiati. Che considerazioni le vengono sulla Cooperativa Insieme di Vicenza, che si è classificata prima?

L’economia circolare che ispira questo progetto è davvero interessante. Dieci anni fa soltanto chi avrebbe detto che l’idea del riuso degli oggetti, la critica al concetto di rifiuto, avrebbe avuto questo successo?  Però qui c’è un concerto corale al risultato: le famiglie, i consumatori, gli inserimenti lavorativi, l’Amministrazione pubblica. La Cooperativa Insieme ha dimostrato tenacia e umiltà, perché, credo, che fosse la terza volta che partecipava; ma il loro merito consiste proprio nel progettare un’attività economica che ha come punto di sviluppo la partecipazione attiva delle persone, quello che ho definito il concerto corale al risultato. Chi ha bisogno non viene lasciato in uno stato di passività, ma coinvolto e motivato nelle relazioni.

Il Codice del Terzo Settore, il Decreto Legislativo 117 art. 55 del 2017 ha finalmente introdotto, onorando la sussidiarietà come concetto costituzionale all’art. 118, il tema della coprogrammazione e della coprogettazione. Che giudizio dà sull’applicazione di questa novità normativa?

In una scala da 1 a 10 il giudizio sui risultati è 2. Troppo severo? Vediamo bene questa novità normativa. A che cosa servono la coprogrammazione e la coprogettazione? A mettere insieme il meglio dell’intelligenza amministrativa e dell’intelligenza sociale, una saldatura che potrebbe dare ottimi risultati.  Ma ai tavoli comuni ci sono troppi conflitti di interessi, c’è troppo particolarismo e rischiano di pregiudicare il bene comune; riproducono l’esistente senza innovazione di prodotto e di processo. All’apparire del Codice c’è stato molto entusiasmo negli enti del Terzo Settore, ma quali sono i risultati misurabili? Siamo confortati anche dalla sentenza n. 131 del 26 giugno 2020 della Corte Costituzionale che ha sciolto i dubbi interpretativi di questo articolo, per porre a fianco della ragione giuridica anche la ragione sociale di questi strumenti partecipativi. Il racconto sociale, che non manca, si deve accompagnare alla verifica dei risultati.

Un’ultima domanda. Oltre ai criteri ricordati si evoca spesso la capacità di fare rete, come valuta i progetti da questo punto di vista?

Le reti macro sono adatte alla negoziazione con le istituzioni e sembrano presupporre l’unitarietà e l’omogeneità del Terzo Settore. In realtà si presenta così ma è pieno di diversità non facilmente amalgamabili. Ai tavoli della programmazione si siedono rappresentanze deboli. Per migliorare ci vogliono tre elementi. Il primo è quello del concorso al risultato: non basta la rete di chi produce, ci vuole anche il coinvolgimento del soggetto fragile per cui si produce. Il secondo è la sostenibilità economica, il terzo è l’inclusione sociale. Su tutto pesa la prova del tempo, la sostenibilità, per cui la rete è un mezzo, ma non un fine.

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