Il terzo settore tra innovazione sociale e welfare locale/1

A Marco Morganti che dirige Intesa Impact e ha coordinato il Premio Angelo Ferro chiediamo di raccontarci dell’evento in un momento così particolare caratterizzato dalla pandemia, per capire come sta reagendo il terzo settore in rapporto alla dinamica dei bisogni in mutamento.

Prima di tutto va puntualizzato che i 20 progetti finalisti sono molto rappresentativi dei 330 pervenuti. Abbiamo valorizzato in senso generativo sia i soggetti che le comunità. Il gruppo dei finalisti ha messo in evidenza la sensibilità per due temi: la sostenibilità economica dei progetti e la capacità di fare rete. Sussiste ancora un approccio culturale un po’ spontaneista, ma bisogna dire che il sistema non facilita perché non semplifica. Il terzo settore fa molta fatica a fare rete. Il sistema bancario da un lato e gli enti locali dall’altro non incentivano a fare rete. Si immaginano ancora vincoli del vecchio modello, quello delle rappresentanze, con soggetti isolati e nessuna nuova rete. Invece oggi bisogna basarsi sulla cultura industriale, le filiere, le integrazioni. Per confermare questa scarsa attenzione prendo da ultimo il Rapporto Colao: non dice nulla sul terzo settore.

Siamo entrati subito in medias res, per riconoscere concretamente il valore e le competenze del terzo settore, quale “sistema” dobbiamo costruire?

Le mosse da fare sono tre: primo, creare una finanza di investimento a basso rendimento e a bassissimo rischio; seconda mossa, operare su grande scala, darsi obiettivi per il Paese. Terza, prevedere fondi di capitali pazienti che agiscano da moltiplicatore. 300 milioni, che potrebbero essere stanziati dalle varie finanziarie pubbliche regionali, sui quali la banca ne mette altri 700. Queste cose si dicono ma poi non si fanno. Con un miliardo di finanziamenti il terzo settore può uscire dal piccolo cabotaggio, dal particolarismo localistico e approntare progetti ambiziosi. Anche al Premio Angelo Ferro si sono visti dei progetti che si fondano su reti molto ampie. Vanno sorretti da scelte politiche sia al centro che in periferia. Per esempio non lasciando che gli enti religiosi attivi in sanità siano costretti a chiudere o ad essere comprati dalla sanità profit. Un altro strumento di sistema è avvalersi di Consip per le gare.

A suo avviso su quali progetti ambiziosi si dovrebbe caratterizzare l’azione del terzo settore no profit?

Tutto l’universo di patologie leggere e di non autosufficienze e le disabilità di cui il sistema pubblico non si farà mai carico, per carenza di risorse o, più spesso, di competenze. Se noi prendiamo tutte queste persone, che da invalidità conclamate hanno poi la galassia delle patologie più complesse, dai disturbi alimentari alla sindrome autistica, sono milioni, sono un peso con segno “meno” per la collettività per i costi di gestione, i sussidi, l’assistenza. Chi può trasformarle in un segno “più” per la comunità? Può farlo solo il terzo settore, che ha le competenze e la sensibilità per gli inserimenti lavorativi di questi soggetti. Le cooperative B sono giacimenti di professionalità e di relazioni adeguate a questo ruolo che trasforma le persone da pesi a risorse. Ma occorre esplorare un modello, in cui convergono welfare aziendale, le assicurazioni private, l’assistenza domiciliare.

Questo è davvero un grande progetto ambizioso. Ci sono altre linee di intervento da prospettare?

Colao dice: turismo. Ma anche qui ci serve il no profit. Verso le economie profit il terzo settore ha intere praterie di servizi che potrebbe erogare, soprattutto quelli di conciliazione.

Nel periodo dell’emergenza a più riprese si è ascoltato provenire dall’ambito della cooperazione sociale più di qualche grido di dolore per gli effetti di sospensione del lavoro per il distanziamento e la fermata di molte strutture assistenziali ed educative. Più di qualcuno fa una diagnosi pessimistica sulla resilienza e sulla cultura economica del terzo settore.

Sono più ottimista sulla cultura economica del terzo settore. Prima di tutto perché dipende meno di una volta dalla spesa pubblica e va allargando il perimetro delle sue iniziative a ridosso della spesa sanitaria out of pocket delle famiglie. Ma poi teniamo presente come entra il terzo settore in un nuovo mercato? In modo sano. Non può fare dumping sociale o concorrenza sleale. È una forma di economia, quella sociale, in cui il territorio fa solo ed esclusivamente per il territorio. È una economia ad intreccio, in cui vigono due principi: la reciprocità e la trasparenza degli atti. Crea fiducia, legittimazione. Si pensi che dopo “Mafia capitale” mi chiedevo: “Chi sa che cosa penseranno i romani delle cooperative sociali”. È invece il rapporto fiduciario non si è rotto neppure dopo quei cupi episodi.

Un’ultima domanda. Come vede il rapporto tra il terzo settore e le tecnologie pervasive della comunicazione e dell’informazione?

Le tecnologie dal basso? Le tecnologie in sé non sono né buone né cattive. Dipende da chi le usa e perché. La connettività è un bene collettivo e chi lo privatizza poi, per legittimare il profitto, propala delle verità ideologiche. Ma l’economia sociale nasce e si giustifica per fare il bene comune. Pertanto è suo compito preminente usare le nuove tecnologie in questo modo, come bene comune, per contrastare le disuguaglianze nell’accesso, il digital divide. Si tratta di creare valore attraverso il fare sociale compatibile con il mercato, piuttosto che spremere profitto in modo privatistico e salvarsi la coscienza coprendolo con una spruzzata di sociale.

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