Il terzo settore tra innovazione sociale e welfare locale/3

Marina Fornasier, 39 anni, è Presidente della Cooperativa Insieme di Vicenza, che nel 2019 ha festeggiato i suoi quarant’anni. La Cooperativa ha vinto il primo premio, ci racconti del vostro progetto.

La Cooperativa aveva già partecipato al Premio Angelo Ferro sia nel 2017 e nel 2018. Poi nel 2019 abbiamo saltato anche perché impegnati nel Bilancio Sociale. Partecipare per noi è un’occasione di autovalutazione su un progetto che consideriamo davvero innovativo e tutte e tre le volte siamo entrati nella cinquina. Il Premio è anche un pretesto per riuscire a trovare il miglior modo per tradurre e comunicare l’innovazione senza per questo banalizzarla. La nostra sfida è di essere economicamente sostenibili, concorrenziali sul mercato, ma con un pensiero forte alla base della nostra attività. Quarant’anni fa, quando nasce Cooperativa Insieme il gruppo fondatore aveva intravisto qualcosa che non era neppure vagamente scritto nelle leggi più recenti: allungare la vita degli oggetti, imparare a riusarli, la filosofia del riciclo. Oggi questa filosofia è in cima alla gerarchia dei principi dell’Unione Europea sui rifiuti. E, infatti, la stessa “aura” che si respira da noi, c’è in alcune specifiche aree europee.

Oggi è diventata quasi una moda intellettuale quella dell’economia circolare, ma se andiamo indietro a vedere la storia della Cooperativa, all’inizio non era certo né facile né scontato.

La scelta giusta è stata quella di accoppiare ambiente e sociale, che oggi sono i pilastri di tutte le narrazioni sulla sostenibilità. L’idea era quella di dare un grande valore alle persone che mettevano le mani nei rifiuti: venivano inserite persone in situazioni di fragilità, per vissuto personale o lavorativo, utilizzando il lavoro come strumento educativo e di reinserimento sociale, oltre che professionale. Quarant’anni fa, a Vicenza, arrivano le droghe, qualcuno dice che arrivano attraverso la base militare USA, emergono nuove difficoltà. I primi inserimenti venivano dall’area del disagio giovanile (fughe da casa, uso di sostanze, ecc.) ma già da allora nel nostro statuto è depositato questo abbinamento tra sostenibilità ambientale e inclusione sociale, profondamente voluto dal gruppo fondatore.

Vediamo allora come si è evoluto il primo dei due grandi riferimenti ispiratori di Insieme, il riuso, il valore ambientale.

Oggi noi dobbiamo governare un successo per un lavoro eccezionale che è stato svolto nell’ombra, con paziente tenacia, e per la comunità più prossima, i Vicentini. Eppure, questo progetto, iniziato in modo volutamente localistico, ma con un pensiero lungo, è dentro una rete europea, RREUSE, animata da grandi gruppi di cooperazione sociale che sono un punto di riferimento fondamentale a Bruxelles per le politiche dei rifiuti. In Austria c’è una rete, in Irlanda, in Belgio c’è una grande coordinamento. In Italia, invece, oltre a Cooperativa Insieme ci sono pochissime altre cooperative sociali sufficientemente strutturate da poter affrontare i temi che si discutono a livello europeo. Perché? La jungla normativa, il sommerso, la zona grigia. Noi però stiamo cercando di fare rete. Cooperativa Insieme è un emblema del sociale, ma forse anche di un’identità veneta profonda, quella per il capanon, il capannone industriale che tanto ha connotato il nostro territorio. E dei due aspetti, sociale e produttivo manifatturiero, è una vera e propria sintesi emblematica.

Quali sono stati i passaggi più significativi della vostra storia nel contesto vicentino?

Ci sono dei clienti che ci mettono sull’asse dei grandi centri commerciali e poi c’è la Cooperativa. Noi puntiamo, attraverso il riuso, a vendere degli oggetti che non si distinguono da quelli nuovi. Un’altra logica della Cooperativa è stata sempre quella di apertura totale delle nostre porte. L’immagine, caparbiamente coltivata è stata quella, priva di enfasi sociale sopra le righe, di una rigorosa professionalità e di un’apertura a 360 gradi alla partecipazione. Ci caratterizza l’attività continua di laboratori aperti alla città, che è per noi è un riferimento essenziale nella condivisione dei beni comuni. Facciamo un’altra parentesi storica che spiega molto. La nuova sede della Cooperativa è stata finanziata attraverso obbligazioni che sono state sottoscritte liberamente dai cittadini, quindi è la “casa dei cittadini” che qui portano oggetti e li restituiscono a nuova vita. Noi siamo “strumenti” della città, per diritto di superficie, pagata con un mutuo, ma a destinazione vincolata al sociale. Qui tutto è gratuito. Abbiamo un fatturato intorno ai 3 milioni, 180 persone che lavorano e il bilancio è tendenzialmente vicino al pareggio, dove il costo del personale costituisce i 2/3 del totale. La ricchezza prodotta dalla nostra impresa è quindi completamente redistribuita alla città, attraverso i suoi lavoratori e le sue attività.

Tra le motivazioni del Premio vi è il riconoscimento per la varietà e la ricchezza delle vostre attività laboratoriali e di apertura alla città.

In questo ci ha certamente sostenuto Surface, un progetto europeo scritto basandosi sulle migliori esperienze europee, tra cui la nostra. Con le risorse di quel progetto abbiamo finanziato attività ed eventi, 80 in un anno. Ai laboratori e alle conferenze partecipa un bacino di persone da tutto il Veneto. Ai convegni tecnici sul riuso, invece, aderiscono amministratori pubblici con i loro dirigenti, rappresentanti di multiutility e aziende municipalizzate da tutta Italia. Tutto viene finanziato col sostegno europeo ma con una grande risposta di interesse per capire le basi del nostro modello in vista delle scadenze fissate dalle Direttive comunitarie. Abbiamo una lista di attesa di un anno per le visite alle nostre sedi, perché non eravamo pronti ad un aumento di richieste così alto. I partecipanti pensano che la replicazione del modello sia semplice, che il riuso sia un tema facile, invece è complesso. Va maturato con pazienza, riflettendo sul senso delle merci e sull’agire economico che le utilizza. Siamo in un contesto in cui il costo della merce è irrisorio, è prodotta già quasi come rifiuto, pertanto il riuso è una contraddizione rispetto a come funziona il sistema.

Facciamo una rapida rassegna degli elementi costitutivi del vostro bilancio e dei vostri rapporti con il pubblico e con il privato.

Dei 3 milioni di fatturato circa metà provengono dalla gestione di 11 ecocentri e dei rifiuti ingombranti in città e in provincia acquisiti su bandi pubblici. Cerchiamo di mantenere standard di qualità della professionalità nel lavoro molto elevati e, quindi, cerchiamo di contrastare l’ingresso di operatori al ribasso che sviliscono il lavoro e dequalificano le competenze. La gestione degli ecocentri è integrata a convenzioni con i servizi sociali per promuovere gli inserimenti lavorativi delle persone con svantaggi. L’altra metà del fatturato è generata dalle aziende e dai cittadini. Come Cooperativa abbiamo coltivato un nostro pensiero originale sul partenariato pubblico privato, prima della Riforma del Terzo Settore e del Codice degli appalti. Nel caso di quest’ultimo, gli spazi per progettare sono molto vincolati, ma sono due finestre normative di cui ancora non riusciamo ad avvalerci. Ci piacerebbe molto proporre all’ente locale, con la regolazione del diritto di prelazione al proponente, un programma almeno decennale per la riduzione della quantità di rifiuti e per allargare il più possibile il perimetro del riuso.

Uno dei criteri fondamentali adottati dalla Giuria per valutare i progetti è la capacità di fare rete.

Distinguiamo tre livelli. La rete vicentina è molto forte sia con gli enti locali, con il mondo profit e no profit. Altrettanto solida è la rete europea, ad aprile 2019 ad esempio abbiamo ospitato per una visita di tre giorni ben 9 organizzazioni da tutta Europa. Invece è ancora in fieri la rete nel Paese. È quella che ci piacerebbe sviluppare, nella logica di replicare il nostro modello in tutta Italia.

Abbiamo già lambito il tema della sostenibilità economica. Come lo avete impostato?

Il tema del denaro va visto per quello che è. È un mezzo, va affrontato laicamente, senza alcun retaggio ideologico. Pratichiamo un’educazione finanziaria che sia coerente con i valori e gli obiettivi che ci diamo. Ai livelli più elementari questo si è tradotto in passato, ad esempio, nella sperimentazione di corsi base per la lettura delle buste paga dei nostri collaboratori. E in modo non casuale siamo i soci numero 83 di Banca Etica, presenti fin dalla fondazione e coltivando i rapporti in modo sempre vivo.

Mi accennavi che avete anche un approccio molto caratterizzato sul tema degli inserimenti lavorativi delle persone svantaggiate.

Sì, questo sociale è il secondo pilastro della nostra identità. Fin dall’inizio la Cooperativa ha adottato un approccio occupazionale ben definito. Se abbiamo 108 inserimenti lavorativi e 70 normodotati al 31 Dicembre 2019, si vede che superiamo di molto il 30% minimo per la prima quota di occupati rispetto al totale. Perché? Il nostro modello è quello di non assumere a tempo indeterminato le persone che inseriamo attraverso le convenzioni con i servizi sociali; non vogliamo essere un’“isola felice” per svantaggiati a tempo indeterminato. Allo stesso tempo alziamo la soglia della cura di queste persone quando sono fragili, non le facciamo lavorare mai da sole per “pagarsi”, ma sempre con educatori al fianco anche se le rette sono basse. Così facendo, in un giorno dell’anno come il 31/12/2019 le persone in inserimento lavorativo sono 108 ma sono 245 complessivamente quelle che nel corso dello stesso anno hanno potuto concludere o iniziare un percorso in Cooperativa Insieme. Proprio nel 2019, naturalmente, questa idea si è dovuta confrontare con la disciplina normativa del mercato del lavoro. Prima dell’approvazione del Decreto Dignità gli inserimenti a tempo determinato potevano raggiungere i 36 mesi; dopo, 12 mesi, periodo che secondo il nostro modello e stile non è sufficiente a raggiungere gli obiettivi educativi delle persone in percorso di reinserimento. Per mantenere la qualità del nostro lavoro e fugando qualunque ombra di precarizzazione, abbiamo costituito un confronto con le organizzazioni sindacali, coordinato dalla nostra équipe di tutor educativi, per regolare attraverso un contratto di prossimità sperimentale queste relazioni di lavoro e portare il contratto a tempo determinato per i soli soci svantaggiati alla durata di 40 mesi. Rimaniamo convinti di questa scelta anche se il profilo innovativo che contiene va comunicato bene, altrimenti va in collisione con i criteri di valutazione adottato spesso da premi, progetti e questionari di valutazione dell’impatto sociale, i quali utilizzano generalmente punteggi premiali rispetto alla quantità di contratti a tempo indeterminato.

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