Il terzo settore tra innovazione sociale e welfare locale/4

Samantha Lentini è la vulcanica animatrice del “La Rotonda” di Baranzate nell’hinterland milanese oltre l’area dell’ormai mitico EXPO del 2015. Ci racconti come è andata con il Premio Angelo Ferro, anzi prima ci racconti del contesto della Rotonda a Baranzate.

Non abbiamo presentato un progetto ma un lavoro di comunità svolto a Baranzate, a nord di Milano. È una località che diviene comune autonomo nel 2004, a nord di Milano, dove è localizzato l’ormai celebre Ospedale “Sacco” con il 36% di popolazione straniera, circa 3.200 persone. Diventa il 70% nel Quartiere Gorizia, quello de La Rotonda. L’autonomia per Baranzate ha significato perdita di alcuni servizi che sono rimasti solo nel Comune di provenienza e, oltre a questo, siamo il comune con il più basso reddito pro capite di tutta la Città Metropolitana di Milano. La povertà materiale si associa a quella educativa, entrambe molto marcate. È in parrocchia, con don Paolo Steffano, che si affronta un contesto sociale problematico, diversificato anche per fedi religiose spesso non cattoliche, ci sono 72 etnie per la precisione, con tante fragilità per il lavoro, l’assistenza, l’istruzione, la convivenza civica.

È in questo contesto che don Paolo crea l’embrione di una comunità di cura, diciamo così, larga?

La Rotonda viene fondata nel 2010. Don Paolo per quest’opera di comunità è stato insignito nel 2017 dal Presidente della Repubblica, Mattarella, del massimo riconoscimento per l’azione civile. C’è un filo che lega l’ispirazione dell’azione comunitaria che abbiamo appreso da Don Paolo: non l’assistenza, ma la promozione dell’autonomia. Quindi, invece del sussidio lo sportello lavoro è stato impegnato a fondo con le aziende del territorio per una mappatura approfondita delle opportunità che si potevano creare, attraverso borse lavoro: il percorso dal poco all’autonomia riguarda sia il lavoro, che l’housing sociale, la pediatria, la distribuzione degli alimentari, affiancati dall’educazione finanziaria. I nostri servizi incontrano ogni anno 3.900 persone e tutto il lavoro è sulle spalle dei 132 soci, di cui 23 operatori, 70 volontari e 30 collaboratori. Certo, non abbiamo solo da raccontare casi di successo, ma la metodologia dell’autonomia da conquistare è fondamentale.

Da quello che mi dici la vostra azione di comunità si affida sia nella cura delle relazioni sia nell’investimento sugli spazi, ha un doppio binario.

Questa è la rigenerazione urbana di un territorio impoverito, ricco solo di una quantità notevole di aree dismesse a 7 km da Milano. Aree che abbiamo censito, alcune le acquistiamo, altre ce le affidano in affitto e anche in comodato d’uso gratuito. Nel nostro sito si vede una bella foto aerea dello SPAZIO INOLTRE, un capannone di 1.200 mq, in cui abbiamo localizzato un centro multifunzionale con un grande emporio solidale. La metodologia di comunità che dicevo si basa su uno “scouting relazionale” finalizzato a promuovere le qualità delle persone che vengono qui per costruire insieme un percorso di autonomia. Riceviamo il Curriculum e il colloquio che segue è tutt’altro che rituale, perché vogliamo che queste persone siano messe alla prova dalle aziende. Grazie alla tenacia e, confido, alla credibilità della Rotonda, gli inserimenti lavorativi censiti a Baranzate dall’Atlante statistico della Città Metropolitana di Milano sono cresciuti del 18%. La riattivazione delle risorse proprie della persona fa la differenza.

Quali sono gli elementi più significativi della vostra struttura di comunità dal punto di vista della sostenibilità economica?

È costituita di diverse iniziative. Una importante è “Fiore all’Occhiello” di alta sartoria, che è presente anche in centro a Milano. Poi le iniziative di housing sociale.

Parliamone, visto che è una delle vostre più forti voci sociali.

L’Housing sociale è stato avviato in palazzine abbandonate dai proprietari, spesso italiani del sud della prima immigrazione nel triangolo industriale, che non sapevano come metterle a valore. Il patrimonio immobiliare era vetusto e anche i parrocchiani non le affittavano volentieri agli immigrati. Finché le hanno affidate a don Paolo, con il quale si è studiato un progetto di riqualificazione e locazione a prezzi calmierati, responsabilizzando gli inquilini. Ci siamo così inseriti nel programma “Abitare sociale metropolitano” recuperando nove appartamenti di un palazzo di 25. Sono stati stipulati dei veri e propri “contratti di autonomia” di due anni rinnovabili per altri due, con l’impegno di tutti per gestire in forma condivisa lo smaltimento dei rifiuti, la pulizia degli spazi comuni, la cura dei bambini. Facciamo comunità con le risorse di tutti. Una collaborazione preziosa è stata anche quella dell’OCC della Camera di Commercio di Milano, un organismo per concertare la gestione dei fallimenti non solo aziendali, ma anche dei privati.

Ci sono altre fonti di finanziamento, come sono i rapporti con l’Ente Locale?

È significativo il rapporto con le Fondazioni e i donatori. Una Fondazione con cui abbiamo un rapporto stretto è quella di Diana Bracco che ci ha voluto conoscere e collabora con molti progetti finalizzati al contrasto della povertà educativa. SPAZIO INOLTRE è una Fondazione di Comunità presieduta proprio da Diana Bracco. Fondazione CariPlo con i bandi sostiene le fondazioni di comunità. Ci sono moltissimi privati, anche imprenditori di rilievo come Paolo Barilla. Abbiamo un rapporto anche con l’Opera di San Francesco e la Fondazione Cattolica di Verona. La scelta di “Rotonda” è di evitare quanto più possibile il contributo del pubblico, che vale il 4% del nostro Bilancio. Con il Comune il rapporto è rovesciato, mentre noi abbiamo investito quasi un milione di euro in risorse per il sociale a Baranzate, il Comune ha in bilancio per questa destinazione neppure 40.000 euro. Ovviamente c’è moltissima collaborazione.

Abbiamo parlato di quello che fate, ma ci siamo soffermati poco su quello che siete.

La costruzione del tessuto di operatori è partito da Don Paolo e lo stesso metodo che adottiamo per i cittadini che vengono da noi, viene utilizzato anche per noi stessi: scouting relazionale. Ognuno si deve sentire fortemente coinvolto in un’opera condivisa di capacitazione di risorse. Ci sono ragazzi e ragazze – alla Rotonda l’80% siamo donne e il 75% ha meno di 35 anni, 23 sono italiani e 9 stranieri – che hanno cominciato qui con il servizio civile, poi sono maturati in fretta e adesso hanno in mano l’emporio solidale, che è una struttura complessa.

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