Il terzo settore tra innovazione sociale e welfare locale/5

A Bruno Corti chiediamo come nasce l’esperienza della Cascina Don Guanella.

La nostra è una cooperativa sociale di tipo B generata dall’Opera Don Guanella, che è la grande famiglia di cui facciamo parte. L’Opera nelle sue Case, distribuite in varie parti del Paese, ospita soggetti con fragilità e ogni struttura ha una sua specificità. La nostra Casa, a Lecco, localizzata proprio nel contesto paesaggistico “del ramo del lago” di manzoniana memoria, ospita minori abbandonati e svantaggiati. Sono inviati dai servizi sociali per situazioni di grave disagio. Dieci anni fa, quando abbiamo iniziato, data la giovanissima età, abbiamo privilegiato accoglienza e tutela. Ora l’utenza è cambiata nel tempo o sono cambiati i bisogni e, quindi, l’impegno è per accompagnare la prospettiva di vita di soggetti traumatizzati precocemente, talora con esperienze di carcere. Devono poter evolvere e maturare per evitare la cronicizzazione delle problematicità. La filosofia di Don Guanella, maturata a cavallo tra Ottocento e Novecento, consisteva nel formare al lavoro per guadagnarsi un’autonomia di vita. L’autonomia veniva raggiunta attraverso un “aiuto tra pari”. 

Quali sono gli aspetti caratterizzanti del progetto che avete sottoposto al Premio Angelo Ferro.

Questo luogo, la Cascina, è stato individuato per diventare sia uno spazio educativo, sia produttivo, finalizzato a realizzare una sostenibilità sia economica che sociale. Abbiamo acquistato il fondo agricolo da due anziani che avevano un’età in cui non potevano più continuare a lavorare. Ma la prima cosa notevole è che vivono qui con noi, non solo hanno accettato di condividere una convivenza, ma ci hanno insegnato a lavorare la terra e ad allevare gli animali oltre a mantenere bene il territorio.  In questo modo ben cinque ettari ormai mangiati dal bosco e in rovina sono stati messi a coltura di orto, vigneti e oliveti. In un secondo passaggio importante abbiamo acquisito una nuova grande stalla sia con bovini che caprini, che si è allargata a comprendere anche il caseificio. A completamento abbiamo aperto un agriturismo. I nostri prodotti per l’80% sono a filiera completa: dalla materia prima all’agriturismo.

Questa dunque è la Cascina, quindi, uno spazio, un luogo con una precisa funzione e identità economica?

Certo. I ragazzi, come dicevo, ci arrivano dai servizi sociali dei Comuni o delle aziende socio-sanitarie. Vivono due fasi distinte, la prima è quella dell’accoglienza e della cura, soprattutto psicologica, per i traumi subiti. Per chi ha alle spalle il carcere, ci sono percorsi in prova in regime di semi libertà o affidamento ai servizi sociali con inserimento lavorativo. In comunità possono poi accedere alla formazione alle diverse professionalità di cui la Cascina ha bisogno. Apprendono come si lavorano i vigneti, gli uliveti, l’orto oppure nelle cucine e in agriturismo. Per alcuni di loro il percorso lavorativo in autonomia avviene in Cascina Guanella.

Che caratteristiche ha il progetto che avete presentato?

È quello della Cascina, nella quale la fattoria ha una ragione giuridica autonoma. La nostra è una realtà florida perché l’agricoltura sociale è un fenomeno innovativo e in un contesto territoriale ricco come questo attrae donazioni e beneficia di un uso dei servizi da parte dei cittadini. Inoltre il nostro è un territorio ricco di progetti di rete sia dal punto di vista del profit che di sociale. È molto significativo che la Fondazione di Comunità emanazione CariPlo ha lanciato la raccolta fondi a nostro favore abbia potuto creare un fondo contenitore sufficiente ad alimentare gli investimenti che le raccontavo.  In sei anni ha raccolto 1,5 milioni e, ovviamente, noi abbiamo rendicontato in modo estremamente trasparente le attività. Poi, successivamente, abbiamo partecipato a altre iniziative filantropiche promosse dalla Fondazione Vodafone e dalla Fondazione CaRiPlo, come “Coltivare valore”, un bando mirato proprio all’agricoltura sociale.

Nel periodo dell’emergenza a più riprese si è ascoltato provenire dall’ambito della cooperazione sociale più di qualche grido di dolore per gli effetti di sospensione del lavoro per il distanziamento e la fermata di molte strutture assistenziali ed educative. Più di qualcuno fa una diagnosi pessimistica sulla resilienza e sulla cultura economica del terzo settore.

Sono più ottimista sulla cultura economica del terzo settore. Prima di tutto perché dipende meno di una volta dalla spesa pubblica e va allargando il perimetro delle sue iniziative a ridosso della spesa sanitaria out of pocket delle famiglie. Ma poi teniamo presente come entra il terzo settore in un nuovo mercato? In modo sano. Non può fare dumping sociale o concorrenza sleale. E’ una forma di economia, quella sociale, in cui il territorio fa solo ed esclusivamente per il territorio. E’ una economia ad intreccio, in cui vigono due principi: la reciprocità e la trasparenza degli atti. Crea fiducia, legittimazione. Si pensi che dopo “Mafia capitale” mi chiedevo: “Chi sa che cosa penseranno i romani delle cooperative sociali”. È invece il rapporto fiduciario non si è rotto neppure dopo quei cupi episodi.

Un’ultima domanda. Come vede il rapporto tra il terzo settore e le tecnologie pervasive della comunicazione e dell’informazione?

Le tecnologie dal basso? Le tecnologie in sé non sono né buone né cattive. Dipende da chi le usa e perché. La connettività è un bene collettivo e chi lo privatizza poi, per legittimare il profitto, propala delle verità ideologiche. Ma l’economia sociale nasce e si giustifica per fare il bene comune. Pertanto è suo compito preminente usare le nuove tecnologie in questo modo, come bene comune, per contrastare le disuguaglianze nell’accesso, il digital divide. Si tratta di creare valore attraverso il fare sociale compatibile con il mercato, piuttosto che spremere profitto in modo privatistico e salvarsi la coscienza coprendolo con una spruzzata di sociale.

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